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Furbetti del tesserino, un piccolo tassello nella lotta alla corruzione.

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Riceviamo e pubblichiamo:

   Dopo il Comune di Messina, ove dodici consiglieri saranno processati per i reati di truffa aggravata, falso ideologico e abuso d’ufficio per aver attestato falsamente il raggiungimento delle presenze nelle commissioni consiliari allo scopo di percepire l’indennità massima mensile, la caccia ai furbetti del tesserino ha prodotto il licenziamento di diciotto dipendenti nel comune di Sanremo e la sospensione di quindici in quello di Acireale.

   Questa encomiabile campagna di moralizzazione della Pubblica Amministrazione non ha, invece, prodotto la decadenza di alcuni senatori della Repubblica Italiana, che hanno timbrato il tesserino e poi preso la via della buvette, perché, con la misura antiassenteista voluta da Presidente Piero Grasso ed entrata in vigore il 16 febbraio 2016, avranno decurtato soltanto la loro diaria mensile.

   L’assenza ingiustificata, in questi casi fraudolenta, dal luogo di lavoro da parte dei dipendenti pubblici e dalla carica istituzionale dei rappresentanti del popolo italiano, è un malcostume assai diffuso in Italia, che ha origini assai lontane e trae le sue fondamenta storiche e morali nel vizio italico d’utilizzare impunemente il potere e il servizio pubblico a fini privati.

   Questo risveglio della coscienza collettiva nei confronti della malaburocrazia e della politica clientelare andava avviato molto tempo prima per evitare che la corruzione si diffondesse in tutti i settori e luoghi dello Stato con il risultato di aver gonfiato a dismisura i conti e i costi pubblici e fatto prosperare impunemente il lassismo e il mal governo.

   I furbetti del cartellino, purtroppo, sono una delle tante espressioni della mancanza di senso dello Stato da parte della maggioranza del popolo italiano, che, per atavico e cronico disinteresse verso il benessere collettivo, ha ritenuto che i servitori onesti delle istituzioni fossero degli idealisti, ovvero degli emeriti imbecilli, se non dei disturbatori della pace sociale, e la meritocrazia, assai diffusa nei paesi più avanzati, soltanto una chimera e un ostacolo allo sviluppo generale del Paese, avendo la sua ragion d’essere e il suo mito indiscusso nel raggiungimento del posto fisso come modello di sicurezza sociale per il resto della vita.

   I provvedimenti sanzionatori contro i furbetti del tesserino, se saranno applicati in tempi rapidi come previsto nel decreto del Consiglio dei Ministri approvato il 20 gennaio 2016, anche se sono un piccolo tassello nella lotta contro il malaffare e la corruzione, certamente potranno essere un esempio per tutti e ne potranno trarre benefici sia lo Stato sia la sua immagine pubblica.

   D’altra parte, se a queste misure non seguiranno quelle contro la mala pianta della corruzione (ultimo caso i ventuno arresti nella Ragione Lombardia) e i fannulloni del pubblico impiego, da sole non basteranno ad invertire la rotta per moralizzare e rendere più efficiente la gestione pubblica dello Stato e risanare il suo stratosferico deficit.

   Per il loro comportamento disonesto e fraudolento a danno dell’interesse generale, i corrotti e gli scansafatiche vanno cacciati al pari dei furbetti del tesserino, giacché sono il maggiore ostacolo al corretto e oculato funzionamento della macchina amministrativa dello Stato e degli altri Enti Pubblici.

   La corruzione, infatti, “è una ruggine che ci corrode ed essere amministratori onesti del bene comune può renderci santi” come ha detto Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata il 19 giugno 2015 presso la casa di Santa Marta a Roma.

Giuseppe Sammartino

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