Cultura

Liceo “A. Volta” di Caltanissetta: seminario con la Prof.ssa Pisanty

Nei giorni 27 e 28 Marzo 2017 il Liceo Scientifico Statale “A. Volta” di Caltanissetta ha ospitato  la prof.ssa Valentina Pisanty semiologa e docente all’Università di Bergamo, nonché autrice di diversi testi sul negazionismo della Shoah, come ‘L’irritante questione delle camere a gas’, Milano, Bompiani, ‘Abusi di memoria. Negare, sacralizzare, banalizzare la Shoah’, Milano, Bruno Mondadori e ‘La difesa della razza. Antologia 1938-1943’, Milano, Bompiani. La docente ha condotto nel pomeriggio del 27 marzo 2017 un momento di formazione per docenti e il 28 ha incontrato gli studenti che, avendo partecipato al concorso “I giovani ricordano la Shoah” del MIUR, hanno realizzato un video sul fenomeno del negazionismo e le strategie per contrastarlo.

La prof.ssa Pisanty nei suoi interventi sia con gli studenti che con i docenti ha spiegato il fenomeno del negazionismo distinguendolo dal revisionismo storico.

La docente ha sostenuto che il negazionismo è un’idea comunicativa che nega tout-court gli eventi della storia. Alla base del negazionismo c’è sempre un sentimento antisemita, perché è evidente che chi nega la Shoah è mosso da un’estrema ostilità nei confronti delle principali vittime del crimine nazista. Peraltro i negazionisti non hanno nulla da dire sullo stermino delle altre minoranze (per esempio i rom), a riprova del fatto che il bersaglio dei loro attacchi sono per l’appunto gli ebrei. Secondo questi autori la Shoah sarebbe un’invenzione della propaganda alleata, di matrice sionista, per estorcere riparazioni di guerra alla Germania sconfitta e, predando sui sensi di colpa dell’Occidente, per avvantaggiare lo Stato di Israele. Alla base di questa tesi c’è sempre una versione aggiornata della teoria della cospirazione ebraica dal dopoguerra in poi: una non meglio identificata lobby ebraica avrebbe sistematicamente manipolato l’opinione pubblica e, con l’aiuto degli storici e dei media, contrabbandato per vera una storia completamente inventata, trasformandola nel principale mito del ventesimo secolo.

La prof.ssa Pisanty ha inoltre compiuto un excursus storico sul fenomeno del negazionismo dal dopoguerra ad oggi. I primi autori negazionisti compaiono nell’immediato dopoguerra, soprattutto in Francia e negli Stati Unti. Si tratta però d’individui isolati, culturalmente emarginati, talvolta mossi da intenti apologetici nei confronti del nazismo, altre volte segnati dal trauma di una guerra da cui erano usciti personalmente sconfitti.  Per decenni questa corrente di pensiero, se così vogliamo definirla, resta latente nella cultura europea è solo verso la fine degli anni Settanta che, grazie alla complicità involontaria dei media, il negazionismo affiora come fenomeno sociale mediaticamente visibile. Negli ultimi anni infatti  i negazionisti hanno cominciato a usare Internet come strumento di proselitismo.

Il canale informatico si è rivelato un’ottima soluzione contro la censura che, in alcuni paesi europei, colpisce gli scritti dei negazionisti. Come si sa, infatti, lo spazio informatico è aperto a tutti e, anche se si decidesse di rifiutare l’accesso alla rete a un sito ritenuto ideologicamente pernicioso, esistono innumerevoli modi per aggirare il divieto.

La studiosa si  è quindi  soffermata ad analizzare le tesi di fondo del negazionismo:

  1. non vi è stato alcun genocidio programmato e le camere a gas non sono mai esistite (il gas Zyklon B serviva alla disinfestazione dai parassiti). Questo è l’assunto principale del negazionismo nella sua fase “matura”. Si tratta di una verità posta come indiscutibile, per cui ogni tentativo di dimostrarne l’infondatezza viene rifiutato a scatola chiusa, in quanto inquinato dalla volontà “sterminazionista” di mantenere in vita la menzogna della Shoah.
  2. La “soluzione finale” di cui parlano molti documenti nazisti non era che l’espulsione degli ebrei verso l’Est, dove erano state previste riserve in cui potessero vivere le minoranze etniche. Gli autori negazionisti tendano di interpretare il linguaggio burocratico e spesso vagamente dei nazisti secondo il suo senso letterale, mentre, quando le dichiarazioni sui campi di sterminio si fanno esplicite (ad esempio, in alcuni documenti firmati da Himmler e da Goebbels), essi passano all’interpretazione metaforica (o alla semplice omissione).
  3. Il numero di ebrei uccisi dai nazisti è di gran lunga inferiore a quello ufficialmente dichiarato. Secondo Rassinier, esso non supera il milione, mentre Manfred Roeder parla addirittura di una cifra che si aggira attorno alle 200.000 vittime: come osserva Vidal-Naquet, ciò implicherebbe che il tasso di mortalità tra gli ebrei europei durante il periodo della guerra sia stato eccezionalmente basso, visto che i negazionisti includono nella cifra dei morti anche i decessi per cause naturali. Inoltre, molte delle vittime sarebbero state uccise durante le incursioni aeree degli Alleati sui campi di concentramento.
  4. La Germania hitleriana non è la maggiore responsabile per lo scoppio del conflitto. Talvolta i negazionisti sostengono che la responsabilità debba essere per lo meno condivisa con altri, inclusi gli ebrei.
  5. Il genocidio è un’invenzione della propaganda alleata, principalmente ebraica e particolarmente sionista. I motivi che hanno spinto molti dei sopravvissuti ai lager nazisti a mentire sono molteplici,

ma quello principale è da ricercare nell’enorme truffa compiuta dal movimento sionista ai danni

della Germania, la quale è costretta a pagare le riparazioni di guerra allo Stato di Israele.

Interessante è stata una delle risposte ad una domanda posta da uno studente sul tentativo dei negazionisti di dimostrare l’inautenticità dei ‘Diari di Anna Frank’.

La studiosa ha affermato che è curioso che i negazionisti si siano accaniti con tanta foga contro questo resoconto quotidiano di una ragazzina che dovette conoscere la realtà dello sterminio solo dopo avere terminato di scrivere il suo diario. Il motivo per cui i negazionisti dedicano tanto spazio ai diari di Anna Frank è evidentemente da ricercare nell’impatto emotivo suscitato in tutto il mondo da questo testo, che per certi versi è assurto al ruolo di documento-simbolo della Shoah. Attraverso l’insinuazione del dubbio circa la sua autenticità, i negazionisti sperano di estendere lo stesso atteggiamento diffidente a ogni altro aspetto della Shoah. Curiosamente, mentre dichiarano di voler dimostrare la non autenticità dei diari, i negazionisti finiscono sempre per adottare argomentazioni assolutamente incoerenti rispetto a questa tesi, dedicando tutti i loro sforzi al tentativo di dimostrare che Anna era una persona poco raccomandabile (per via della sua storia d’amore quasi fraterno con Peter, il suo giovane compagno di reclusione), inaffidabile e scarsamente intelligente, e perfino tossicodipendente (in questo caso il riferimento è alle “pasticchette” di valeriana che Anna prendeva ogni sera prima di andare a dormire).

In altri casi sembra che i negazionisti sostengano non tanto che i diari non sono autentici, quanto che essi non sono veritieri. A dimostrazione di ciò, essi elencano quei punti dei diari che, a loro avviso, sono troppo inverosimili per essere accettati come veri. Per esempio, i negazionisti si sorprendono del fatto che gli otto clandestini di Prinsengracht abbiano potuto bruciare i loro rifiuti, usare la sveglia, litigare rumorosamente, appendere le tendine alle finestre, senza essere scoperti. Sarebbe possibile rispondere puntualmente a ciascuna di queste obiezioni (i rumori avvenivano negli orari in cui non c’era nessuno negli edifici attigui, per esempio), ma si tratterebbe di un’operazione inutile. Quello che i negazionisti non sembrano considerare è che, evidentemente, le precauzioni prese dai clandestini per non essere scoperti non furono sufficienti, visto che vennero denunciati e deportati, e uno solo di essi riuscì a tornare a casa dopo la guerra.

Tanti sono stati i contenuti trattati dalla Prof.ssa Pisanty e altrettanti gli spunti di riflessione sul piano culturale didattico ed educativo, come dimostrano il fitto confronto coi docenti per la giornata di formazione e l’attenta partecipazione degli studenti.

Ciò dimostra, come sostenuto dal dirigente scolastico,  negli interventi ad apertura degli incontri, che vi è ancora più bisogno in un’epoca ormai caratterizzata dall’influsso emotivo delle comunicazione sociale mediante la rete di un’intenzionale educazione al ragionamento “scientifico”, inteso come controllo rigoroso delle fonti, quale che sia il campo di analisi, educazione metodologica della quale la scuola rimane il principale attore.

L’attività è stata coordinata dalla professoressa Gallo.

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