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I limiti e le prerogative del “Civismo politico”

Riceviamo:

“Dopo le elezioni amministrative a Palermo, il “civismo politico” sembra essere la nuova prospettiva che Leoluca Orlando, personaggio navigato della politica siciliana, ha messo in campo anche nel dibattito nazionale, per riformulare il rapporto tra cittadini, rappresentanze e istituzioni.

Per evitare di incorrere nel solito provincialismo di chi guarda fuori dal proprio contesto in attesa delle novità positive, è bene ricordare che l’esperienza palermitana è stata preceduta, nel 2014, dall’affermazione, nelle amministrative del capoluogo nisseno, di un progetto politico che partendo da una forte e credibile proposta civica, formulata non da un singolo personaggio ma da un  movimento civico organizzato “il Polo Civico”, ha saputo aggregare ambiti politici tradizionali ed esperienze movimentistiche.

Ma, considerati gli attuali scenari, cosa deve intendersi per “civismo politico”?

Un approccio completamente alternativo al sistema dei partiti oppure un approccio critico ma possibilmente anche sinergico al sistema dei partiti?

Inoltre, in una prospettiva di cambiamento reale in una composizione di civismo politico, come strutturare le forme della rappresentanza?

Con sistemi di “leaderismo” benché civico o con metodologie partecipative per una concreta e fattiva responsabilizzazione dei cittadini?

Le domande possono sembrare retoriche o finanche banali, ma le esperienze che si sono realizzate hanno visto talvolta deludere le aspettative, in quanto non si è attuato un reale mutamento metodologico.  

Parte della spinta civica è costituita dal tentativo di dare espressione all’idea che la politica non debba speculare elettoralmente sui problemi della gente, ma debba, in un tempo ragionevole, risolverli. Ciò impone alle formazioni civiche, e qui conta la capacità di “far politica” e non solo di “rappresentare problemi”, di essere coerenti e forti anche nell’imporre regole, appunto le regole nel fare politica (finanziamenti, priorità, meritocrazia nelle nomine, eccetera).

Ora, “risolvere” vuol dire agire in un livello di connessioni territoriali e settoriali in cui il micro-locale non è ambito di soluzioni possibili per moltissime questioni. Questo mette in evidenza che il civismo politico – al netto di alcuni suoi limiti e difetti (contraffazione, riciclaggio di vecchia politica, iper-localismo che non fa percepire nessi causali con macro-fenomeni, eccetera) – ha diritto di esprimersi come alternativo alla democrazia dei partiti ma deve avere anche l’intelligenza di crescere facendo crescere le condizioni per le quali i cittadini direttamente possano essere partecipi delle forme di valutazione e controllo interne alle istituzioni per arginare il fenomeno dell’astensionismo.

Naturalmente i casi locali complicano il discorso, tirando la giacchetta talvolta verso soluzioni di accomodamento al ribasso.

Quello che è certo è che perdono la loro natura “civica” – in cui la politica è temporanea disponibilità a cedere competenze per sostenere la necessità di virtuose gestioni istituzionali – coloro che, non solo non hanno nessuna competenza, peccando spesso di inconcludenza, ma che scelgono poi modelli organizzativi, molto spesso autoritari o leaderistici, così da diventare anch’essi “partiti” con tutte le implicazioni che non concedono la doppia morale di assumere e criticare.”

                   Michele Pilato

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